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Nella scorsa edizione di Radiolinux abbiamo più volte accennato al problema della brevettabilità del software in Europa, senza chiarire mai completamente cosa prevede la nostra legislazione e come verrebbe modificata da un eventuale recepimento della direttiva europea.
Andiamo però con ordine e vediamo innanzitutto cosa prevede attualmente la legge italiana in tema di brevetto.
In parole povere, e cercando di semplificare il più possibile, per brevetto intendiamo “un documento o un certificato con il quale un ufficio pubblico competente riconosce all'inventore la facoltà di sfruttare in modo esclusivo, sul territorio dello stato e per un determinato periodo di tempo, una invenzione industriale da lui realizzata”.
Messa in questi termini una invenzione industriale non è altro che un qualcosa di nuovo che abbia una concreta utilizzazione in campo industriale.
Semplificando ulteriormente una invenzione per essere tale deve soddisfare 3 requisiti:
Ad ogni modo le invenzioni fanno parte di di un genere di opere protette da copyright molto più ampio e cioè le opere intellettuali o beni immateriali. Ora, mentre le invenzioni sono sempre opere intellettuali, non è detto che le tutte opere intellettuali siano invenzioni. Il software fa perte di quest'ultima categoria, cioè è un'opera dell'ingegno ma non è una invenzione!
Come opera dell'ingegno il software è dunque tutelato dalla legge sul diritto d'autore (la legge n.633 del 22 aprile 1941), ma non è brevettabile. Cosa significa questo? Significa che in Italia è tutelato soltanto il codice non l'idea in se.
Facendo un esempio possiamo dire che se una società inventa un programma innovativo, magari scritto in “C”, ebbene questo codice è protetto dalla legge sul diritto d'autore e non può essere copiato da nessuno, se però un'altra società, attratta dai profitti derivanti dalla vendita di quel software, riscrivesse interamente il programma, con le stesse funzionalità e magari con una grafica simile ma in un altro linguaggio, supponiamo in “Java”, non commetterebbe alcun illecito.
In Italia dunque è possibile, almeno fino ad oggi, scrivere programmi che svolgano le stesse funzioni di altri, a condizione di non copiarne il codice originario.
E qui arriviamo al cuore del problema. Se viene recepita la normativa europea, il copyright sul software non sarebbe applicato più unicamente al codice ma anche alle idee che stanno sotto alla stesura del codice stesso, con la conseguenza che le idee brevettate non potranno più essere riutilizzate da altri sviluppatori pena una bella querela.
Facciamo un esempio; se venisse recepita la normativa europea non potremmo più utilizzare i link nei nostri programmi o nelle nostre pagine web perché questo è oggetto di brevetto da parte della British Telecom. Ma insieme a questo sono già migliaia i brevetti registrati (per la precisione sono circa 30.000) che porteranno, se non alla paralisi, ad una riduzione del software prodotto dalla piccole case. In effetti la maggior parte di questi brevetti sono nelle mani delle grandi multinazionali del settore (Microsoft, IBM, Apple... per fare qualche nome).
Anche negli Stati Uniti la brevettabilità del software sarebbe vietata se non che la loro giurisprudenza basata sui precedenti l'ha fatta diventare una pratica comune facendo aumentare a dismisura le cause e danneggiando inesorabilmente le società piccole e medie che si trovano impelagate in questi giochi di brevetti.
Ora l'Europa, con la scusa di voler uniformare la situazione europea a quella statunitense, ha approvato il 18 maggio 2004 una bozza di direttiva che deve però passare in seconda lettura al parlamento europeo, che in prime seduta aveva già dato parere negativo. In ogni caso poi la direttiva dovrà essere recepita e attuata da ogni stato membro.
C'è dunque ancora un po' di tempo per fare qualcosa, ma non moltissimo!
Vi lascio segnalandovi alcuni link utili:
www.linux.it/GNU/nemici/brevetti.shtml
una delle fonti più autorevoli
www.brevettisoftware.it
sito contro i brevetti
http://swpat.ffii.org/
sui brevetti europei
http://webshop.ffii.org
sito che dimostra come una singola pagina web possa contenere anche una
ventina di brevetti
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